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mercoledì 1 maggio 2019

Capitolo Quatto-Quattro - Il “BarthTheBar”


“GeoDrinX_the(Simple)Story” - RoBang! Roberto Angeletti 20190430





GeoRge aprì la porta del Bar.

L’insegna fuori recitava “BarthTheBar”, con un simpatico logo al neon che si accendeva e spegneva, mostrando alternativamente, e con colori cangianti, prima “Bar”, poi “Barth”, poi “The” e infine “Bar”.
Insomma, si trattava del Bar di un tizio chiamato Barth.
Questo signor Barth, un capelluto signore che si trovava dietro al bancone, in realtà si chiamava Ben.
GeoRge Green scoprì subito questo fatto strano, ovvero il nome del proprietario del Bar, perché sua moglie, cioè la moglie di Barth, lo aveva chiamato con un urlo dalla cucina:
“Ben, vuoi portarmi questa Ben e Detta bottiglia d’acqua ? Devo venire a prenderla io stessa ?”
La cortese proprietaria della voce dalla cucina era la sigra Cion-on-Screen, detta a sua volta Tani-Na-UD, ed aveva uno strano accento orientale.
Appena uscì dalla porta della cucina, con un matterello in mano ed un coltellaccio nell’altra mano, GeoRge Green capì perché la donna aveva quello “strano accento orientale”. La donna era veramente un’orientale, anche se era difficile capire di quale località esattamente.
La gallina che lei inseguiva probabilmente sapeva da dove veniva la signora, ma purtroppo non poté rispondere alla domanda di GeoRge, dato il numero di randellate che la povera tapina prese sulla testa.
GeoRge ebbe solo la forza di sussurrare un:
“Voi accogliete sempre gli ospiti in questo modo ?”
E mentre la signora raccoglieva le spoglie della gallina da terra, e tentava di pulire tavoli e sedie dagli schizzi di sangue e altri liquidi vari, si spera non umani, il signor Ben-BarTh-Blue-Screen (quest’ultimo era il cognome della, diciamo così, “signora”) se ne uscì con un:
“Benvenuto al BarthTheBar ! Troverà qui tutto quello che vuole e desidera, e anche quello che solo immagina, ma che non ha il coraggio di chiedere.”

Avvicinandosi al bancone, GeoRge vide con sollievo che la gallina godeva di ottima salute. Infatti, per fortuna, la gallina non era stata colpita dalle randellate e quello che GeoRge credeva fosse sangue, era soltanto il vino fuoriuscito da una botte, spaccata da uno dei colpi di matterello che Tani-na-UD aveva dato da tutte le parti.

Ma fosse una scena prefabbricata, cioè una sceneggiata, che i due recitavano ogni volta che entrava un nuovo cliente ?

A GeoRge era venuto questo dubbio. E il dubbio gli venne fugato subito.
Un furgone elettrico si era fermato davanti al Bar e ne era uscito un tizio, vestito da idraulico.

L’idraulico era entrato nel Bar, di schiena, con una cassa in mano verso l’esterno.
La signora Tani-na-UD ripeté la frase dell’acqua, dopo essersi rifugiata in cucina, e dopo un po' ne uscì inseguendo di nuovo la gallina, e stava per tirare le randellate a casaccio, quando, guardando l’idraulico, disse:
“Ma sei tu Andrew ?!? Ma che razza di abbigliamento ti sei messo ? Mi sembri un idraulico !”
“Non c’è bisogno della rappresentazione di benvenuto per me, signora.” - disse l’idraulico sorridendo.
Quello che sembrava un idraulico era Andrew John Smithson, il fornitore di birra Red Stripe del locale, e cominciò a trasportare all’interno decine di scatoloni di bottiglie della preziosa e ottima birra jamaicana.
Quando Andrew ebbe finito di trasportare scatole, ne aprì una e tirò fuori un paio di bottiglie, posizionandole sul bancone.
Red Stripe. Che buffo, pensò GeoRge Green. Proprio lui, che era scappato da San Francisco per un Red (Robert) veniva raggiunto da un altro Red (Stripe) cioè una birra, ovvero un altro elemento legato ad un liquido.
Ma stavolta, il liquido non cambiava lui il colore, ma faceva cambiare il colore del viso di chi lo beveva.

E quante ne bevvero !

Le bottiglie venivano aperte con la frequenza di una ogni sette minuti.
Cominciarono a raccontare a turno la propria vita. Quando toccò il turno di GeoRge, lui cominciò con la sua infanzia.

Un'invenzione. GeoRge aveva inventato un modo per censire tutti gli oggetti presenti sulla Terra. Era partito dall'idea di creare un nuovo metodo di rappresentazione geografica. Era rimasto ispirato, quando, molti anni fa, lo avevano portato da ragazzo a visitare un parco di divertimenti nell'Ohaio. Al centro del parco, una cupola geodetica, creata da Buckminster Fuller, un geniale architetto visionario, che voleva coprire intere città con gusci trasparenti, fatti da milioni di piccoli triangoli.
Fuller aveva fondato una società di costruzioni, chiamata Dymaxion, che avrebbe dovuto rinnovare il mondo con la genialità di oggetti innovativi, basati sul numero tre, numero perfetto, e la forma triangolare.
Purtroppo, però, alcuni di questi oggetti tecnologici ebbero problemi: l'auto a tre ruote non poteva dirsi molto stabile, e si rovesciò; un guscio di copertura, alla prima pioggia, venne giù come un ombrello rotto. Insomma, tra il dire ed il fare... c'é un mare da asciugare.
E Fuller fu costretto a flettersi nella costruzione di oggetti più piccoli, come i bungalow da giardino e cupole per parchi di divertimenti, per l'appunto.
Ma quella cupola apparve a GeoRge come qualcosa di stupefacente. Non era solo bella a vedersi. Era "umana"; era qualcosa in cui si poteva entrare tranquillamente, senza avere una sensazione di paura, rispetto e qualcos'altro di negativo. Non era un oggetto asimmetrico, come dettavano le "sette invarianti dell'architettura moderna". Era l'eccezione che conferma la regola. Pur essendo simmetrica, la cupola non richiamava alla mente regimi totalitari. Forse perché non si trattava di una simmetria, ma di una superficie di rotazione, e dunque, lo schema mentale è memorizzato accanto ad un'altra sensazione. E la sensazione di GeoRge era quella dello stupore, del bello, del rilassante.
Poi, GeoRge cominciò ad avvicinarsi a quella cupola. Entrò. Ci girò intorno. Prese di tasca un minuscolo foglietto del tram a cremagliera di San Francisco, e con un'altrettanto piccola matita, presa da un centro commerciale, nel reparto mobili da costruire, cominciò a fare disegni di come era realizzata la cupola di Fuller.

Il metodo costruttivo gli ricordava quello dei bicchieri. GeoRge aveva costruito una cupola simile, a scuola, con i suoi compagni e la maestra. Avevano incollato insieme una miriade di bicchieri di plastica, fissandoli per il bordo con una cucitrice.
Alcuni avevano optato per la colla, anche se questa tendeva a sciogliere la plastica e a sfondarla. Era questione di quantità: ce ne voleva una quantita' precisa, non troppa, non poca, per incollare e non sfondare il bicchiere.
E dunque, alla fine era venuta una palla. Una enorme palla con cui si potevano fare molte cose: Entrarci, rotolarla, illuminarla, colorarla, unirla con altre pallle. E quelle erano, a loro modo, delle cupole geodetiche.
GeoRge le aveva chiamate "GeoDrinX", perché ci si poteva prendere un Drink, in giro per il mondo, insieme a tutti i popoli della Terra, senza che nessuno litigasse. E soprattutto, senza che cadesse la bibita di sotto, perché la forza di gravità l'avrebbe tenuta sul fondo del proprio bicchiere, senza andare a frugare quello del proprio vicino.
Qualcuno avrebbe avuto qualcosa da imparare, a parlare con il giovane GeoRge, ancora ragazzo.

Quando GeoRge terminò il suo racconto, tutti russavano da un pezzo.

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A presto

RoBang!

Traduzione inglese:  link

Chapter Four out of Four - The “BarthTheBar”


“GeoDrinX_the(Simple)Story” - RoBang! Roberto Angeletti 20190430


GeoRge opened the door of the Bar.

The sign outside read "BarthTheBar", with a nice neon logo that turned on and off, showing alternately, and with changing colors, first "Bar", then "Barth", then "The" and finally "Bar".
In short, it was the bar of a guy called Barth.
This Mr. Barth, a gentleman who was behind the counter, was actually called Ben.
GeoRge Green immediately discovered this strange fact, or the name of the owner of the Bar, because his wife, that is Barth's wife, had called him with a scream from the kitchen:
"Ben, do you want to bring me this Ben and Detta water bottle? Should I come and get it myself? "
The gracious owner of the voice from the kitchen was Mrs. Cion-on-Screen, also called Tani-Na-UD, and had a strange oriental accent.
As soon as she came out of the kitchen door, with a rolling pin in her hand and a small knife in her other hand, GeoRge Green understood why the woman had that "strange oriental accent". The woman was truly an oriental, even though it was difficult to understand which place exactly.
The hen she was pursuing probably knew where the lady came from, but unfortunately she could not answer GeoRge's question, given the number of bludgeons that the poor tap took on the head.
GeoRge only had the strength to whisper a:
"Do you always welcome guests this way?"
And while the lady was collecting the remains of the hen from the ground, and trying to clean tables and chairs with the splashes of blood and other various liquids, hopefully not human, Mr. Ben-BarTh-Blue-Screen (the latter was the surname of , say so, "lady") he came out with a:
"Welcome to the BarthTheBar! You will find here everything you want and want, and also what you only imagine, but who does not have the courage to ask. "

Approaching the counter, GeoRge saw with relief that the hen was in excellent health. In fact, fortunately, the hen had not been hit by the bludgeons and what GeoRge believed was blood, it was only the wine spilled from a barrel, split by one of the rolling pin shots that Tani-on-UD had given from all sides.

But was it a prefabricated scene, that is a scene, that the two played every time a new customer entered?

This doubt came to GeoRge. And the doubt was immediately dispelled.
An electric van had stopped in front of the bar and a guy had come out, dressed as a plumber.

The plumber had entered the Bar, from the back, with a case in hand towards the outside.
Mrs. Tani-on-UD repeated the sentence of the water, after having taken refuge in the kitchen, and after a while she came out chasing the hen again, and was about to haul the clubs haphazardly, when, looking at the plumber, he said :
"But are you Andrew?!? What kind of clothing did you wear? You look like a plumber to me! "
"There is no need for the welcome representation for me, ma'am," said the plumber, smiling.
What looked like a plumber was Andrew John Smithson, the local Red Stripe beer supplier, and he began transporting dozens of boxes of bottles of the precious and excellent Jamaican beer.
When Andrew had finished transporting boxes, he opened one and took out a couple of bottles, placing them on the counter.
Red Stripe. Funny, GeoRge Green thought. He himself, who had escaped from San Francisco for a Red (Robert) was joined by another Red (Stripe) that is a beer, or another element linked to a liquid.
But this time, the liquid didn't change the color, but it did change the color of the face of those who drank it.

And how many they drank!

The bottles were opened as often as every seven minutes.
They began to tell their lives in turn. When it came to GeoRge's turn, he began with his childhood.

An invention. GeoRge had invented a way to survey all the objects on Earth. He started with the idea of ​creating a new method of geographical representation. He was inspired when, many years ago, they took him as a boy to visit an amusement park in Ohaio. At the center of the park, a geodesic dome, created by Buckminster Fuller, a brilliant visionary architect, who wanted to cover entire cities with transparent shells, made from millions of small triangles.
Fuller had founded a construction company, called Dymaxion, which was supposed to renew the world with the genius of innovative objects, based on the number three, perfect number, and the triangular shape.
Unfortunately, however, some of these technological objects had problems: the three-wheeled car could not be said to be very stable, and it toppled over; a covering shell, at the first rain, came down like a broken umbrella. In short, between saying and doing ... there is a sea to dry.
And Fuller was forced to flex in the construction of smaller objects, such as garden bungalows and domes for amusement parks.
But that dome appeared to GeoRge as something amazing. It wasn't just beautiful to look at. It was "human"; it was something in which one could enter quietly, without having a feeling of fear, respect and something else negative. It was not an asymmetrical object, as the "invariant sects of modern architecture" dictated. It was the exception that confirms the rule. Although symmetrical, the dome did not call to mind totalitarian regimes. Perhaps because it was not a symmetry, but a surface of rotation, and therefore, the mental scheme is stored next to another sensation. And the sensation of GeoRge was that of wonder, of beauty, of relaxation.
Then, GeoRge began to approach that dome. Within. He walked around it. He took from his pocket a tiny sheet of the San Francisco rack tram, and with an equally small pencil, taken from a shopping center, in the furniture department to be built, he began to make drawings of how Fuller's dome was made.

The construction method reminded him of the glasses. GeoRge had built a similar dome, at school, with his companions and teacher. They had glued together a myriad of plastic cups, fixing them by the edge with a stapler.
Some had opted for glue, although this tended to melt the plastic and break it. It was a question of quantity: we needed a precise quantity, not too much, not a little, to glue and not to break the glass.
And so a ball came at the end. A huge ball with which you could do many things: Enter it, roll it, light it, color it, combine it with other balls. And those were, in their way, geodesic domes.
GeoRge had called them "GeoDrinX", because you could have a drink around the world, along with all the peoples of the Earth, without anyone quarreling. And above all, without the drink falling underneath, because the force of gravity would have kept it at the bottom of your glass, without going to rummage that of your neighbor.
Someone would have had something to learn, to talk to the young GeoRge, still a boy.

When GeoRge finished his story, everyone had been snoring for a while.


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@soon...   RoBang!

 Italian Translation:   link
 

domenica 28 aprile 2019

Capitolo… Boh ? Diciamo 3 - Il Gioco del “Mistero delle 12 Tazze”


 
Alla fine, le tazze erano rimaste solo tre. 
La prima tazza era marcata “RoBert”. Si trattava, ovviamente, di quella di RoBert Red, il capo.
Con un nome simile, RoBert aveva giocato per anni. Da sempre aveva millantato una parentela impossibile con il grande attore. Aveva addirittura sostenuto che Redford era un nome d’arte, e che questo suo cugino attore si era aggiunto al cognome vero (il suo stesso cognome) quello di una grande azienda di auto, per darsi un’importanza maggiore, e potere così millantare una parentela con il grande magnate di industria. Come se qualcuno, in Italia, pur chiamandosi Rossi, aggiungesse “Fiat” o “Lancia”, oppure “Ferrari” al cognome. Qualcosa come “Rossi Ferrari”.
Avete inquadrato il personaggio RoBert Red ? Bene, la realtà, come vedrete, sarà peggiore della vostra peggiore (o migliore) immaginazione.
Tornando alla storia, RoBert Red prese la sua tazza e la osservò per un po'.
L’altra tazza rimasta era quella di GeoRge.
GeoRge Green lasciò la tazza al suo posto, sul tavolo da riunione.
Gli altri nove presenti alla stessa riunione si erano dovuti alzare, a turno, ed erano usciti, con la coda tra le gambe, e con il loro progetto nel cestino.
Era questo lo scopo del gioco, e della riunione stessa: estrarre, tramite uno stratagemma, un progetto a caso, tra tutti, e finanziarne lo sviluppo e curare la realizzazione del progetto stesso.
Chi aveva escogitato questo diabolico modo di riunirsi, vi starete chiedendo ?
Che domanda… Ma naturalmente, … la nipotina di sette anni dello stesso RoBert Red, che ovviamente millantava di essere lui il geniale inventore.
Sicuramente, qualcuno tra di voi starà facendo un po' di conti, e starà pensando che c’è qualcosa di sbagliato nel mio racconto, in quanto 2 + 9 non fa 12.
Tranquilli. Lo so perfettamente, anche se ammetto di essere una pippa in matematica !
Esiste una dodicesima tazza, marcata “Il Genio del Computer”, che non corrisponde, finora, a nessun giocatore.
Infatti, si tratta della coppa del premio, che verrà riempita di Wiskey o di Brandy, o di Rum, o d’un altro qualsiasi liquido nefasto per il fegato, e che il tapino vincitore della gara dovrà tracannare al termine del “game”, anche a rischio, come già accaduto più volte, di rimanerci secco o di essere trasportato tramortito in ospedale quasi in fin di vita.
In effetti, lo scopo recondito, ma non tanto, del gioco, istituito da RoBert Red in azienda, era quello di non finanziare nulla, anzi, di rendere impossibile qualunque avanzamento in carriera, praticamente uccidendo, o rendendo inoffensivo, qualunque concorrente al suo dispotico posto di dittatore dell’azienda.
Questa volta, però, RoBert cominciò a preoccuparsi quasi subito del comportamento di GeoRge. Quest’ultimo, infatti, non sembrava per nulla preoccupato.
Anzi, GeoRge Green sorrideva. Guardava la sua tazza e sorrideva.
Alla fine di una lunga, quasi interminabile pausa (o almeno come questa sembrò a RoBert), GeoRge prese in mano la tazza.
GeoRge mise la tazza vicino a sé, e tirò fuori da sotto al tavolo una bottiglia a forma di mappamondo.
Su questa bizzarra bottiglia c’era scritto “GeoDrinX”.
Lentamente, GeoRge Green svitò il tappo argentato e sferico della bottiglia.
Questa, la bottiglia, era montata su una forcina a forma di “G”, come la lettera iniziale della parola “GreoDrinX”, e la bottiglia, così sistemata, aveva il collo, della bottiglia stessa, inclinata, proprio come un mappamondo.
GeoRge prese a versare il contenuto della bottiglia nella tazza. Poi, terminata l’operazione, lasciò la tazza dov’era e vi mise accanto la bottiglia, trasparente, in cui si vedeva il livello, che sembrava inclinato, del liquido al suo interno.
Il colore del liquido era di uno strano azzurro, con dei riflessi rossastri.
GeoRge disse a RoBert di avvicinarsi e di guardare all’interno della tazza, che, essendo di metallo, non permetteva di vedere da lontano il colore del contenuto.
Questo, cioè il colore del liquido nella tazza, sembrò lo stesso di quello della bottiglia, come naturale che fosse, a parte una leggera differenza dovuta sicuramente al contenitore metallico. Bianco, ed ai riflessi dello smalto al suo interno.
GeoRge disse lentamente a RoBert, scandendo le parole:
“Guardi bene il colore. Memorizzi il colore”.
E per rendere molto più “mnemonica” questa operazione di memorizzazione, GeoRge tirò fuori dalla tasca una piccola videocamera, o una camera digitale.
GeoRge si avvicinò alla tazza e si sentì il rumore dello scatto della foto.
Dopo qualche secondo, appoggiata la digital camera sul tavolo, GeoRge spostò la tazza trascinandola con un dito dalla parte opposta del tavolo.
Dopo questa operazione, GeoRge tornò nella sua posizione e prese di nuovo la macchinetta fotografica.
Poi, di nuovo si avvicinò alla sua tazza, in cui aveva versato il “suo” liquido.
Nel frattempo, RoBert Red seguiva GeoRge Green come un cagnolino.
RoBert guardò la tazza. Poi, guardò il liquido nella bottiglia, che stava nell’altra parte del tavolo. Guardò più volte, alzando e abbassando lo sguardo. Su e giù, tic tac, guardando a scatti, quasi come un giudice di gara ad una partita di tennis.
Sembrava incredibile, ma i due liquidi sembravano essere di due colori diversi, anche se si trattava dello stesso liquido, diviso in due contenitori.
RoBert Red si stropicciò gli occhi più volte, ma il risultato gli sembrò essere sempre lo stesso: i due colori erano un po' diversi.
A scanso di equivoci, GeoRge Green scattò una seconda foto alla tazza, con la stessa angolatura di ripresa. Poi, GeoRge si avvicinò trionfante a RoBert Red, e commutò l’interruttore della digitalCamera sulla posizione “Play”. GeoRge avvicinò il display della Camera allo sguardo incuriosito di RoBert Red e cominciò a far “flippare” le due foto, avanti e indietro. Poi, mostrò le due doto affiancate e, dopo ancora, inserì una funzione della digitalCamera, che mostrava la “temperatura colore” dell’immagine.
Questa “temperatura” era in realtà un numero, anzi, tre numeri, che rappresentavano il valore del Rosso, del Verde e del Blu, di un punto indicato sullo schermo della digitalCamera.
I tre valori erano diversi. Il colore del liquido, nelle due foto della tazza, posta in punti diversi del tavolo, era diverso.
Come poteva essere avvenuta questa cosa ?
RoBert Red lo chiese a GeoRge Green. E questi, con la stessa calma flemmatica mostrata finora, scandì queste parole:
“Si tratta del mio SoftWave Liquido”.
“Soft di che cosa ?” - Esclamò interrogativo RoBert Red.
“SoftWave Liquido” - Ripeté GeoRge Green, sicuro di sé.
E poi, GeoRge continuò la sua spiegazione:
“Ho programmato le particelle del liquido con un codice sorgente di mia creazione, in modo che il liquido stesso assume un colore diverso a seconda della posizione in cui si trova sulla terra. In realtà, si tratta di una programmazione molto semplice, che ho praticamente copiato da un programmetto demo di una batteria di led cinesi che cambiano colore tramite un telecomando. Ho semplicemente sostituito al led il mio liquido, che a sua volta non è nulla di particolare, ma un semplice succo di frutta di aranciata con aroma di frutto della passione.”
RoBert Red sembrò tranquillizzarsi e prese a sfoggiare il suo sorriso sardonico migliore. La parola “semplicemente” lo aveva fatto entrare nel suo terreno di gioco, dove era maestro di banalità.
“Bene” - disse RoBert Red - “A questo punto dobbiamo festeggiare con un bel brindisi.” E si avviò verso l’armadietto del bar. Ma fu stoppato da una frase di GeoRge Green:
“Ho un’idea migliore: brindiamo con il mio succo di frutta.”
RoBert Red si fermò per un poco, poi riprese ad avvicinarsi al suo armadietto di veleni epatici. Scrocchiò le dita e prese a ruotare la serratura numerata per inserire una combinazione da cassaforte.
“OK.” - disse GeoRge - “Visto che non si fida, berrò solo io il mio liquido. Lei beva pure il suo prezioso Brandy.”
GeoRge Green prese in mano la sua tazza, e ne versò il contenuto nella tazza/coppa premio, contrassegnata dalla frase “Il Genio del Computer”.
Poi, mentre RoBert Red si stava avvicinando con la bottiglia di Wiskey etichettato “Micidial Misture”, GeoRge bevve d’un fiato dalla tazza premio, facendo anche, alla fine, un bel rutto liberatorio.
“Burp!” - fece GeoRge Green, emettendo bollicine dalla bocca che cambiarono colore mentre volteggiavano in aria.
Dopo questa brillante performance, GeoRge tirò fuori dalla borsa un piccolo computer Macintosh. Lo aprì, ed il monitor si accese immediatamente, come al solito.
GeoRge mostrò Blender, un programma di modellazione, già acceso sul video, e che lui aveva personalizzato con un addon, in cui si vedeva un personaggio in 3D, vestito come lui, e come lui posizionato in una sala riunione come quella in cui si trovavano in quel momento.
GeoRge alzò un braccio e salutò l’omino nel computer. Questi, cioè l’omino nel computer, alzò il braccio nello stesso momento di GeoRge, e salutò nello stesso modo, come in uno specchio.
L’omino al computer era GeoRge Green stesso e cominciò a danzare, esattamente come stava facendo GeoRge, nello stesso identico momento.
GeoRge si avvicinò alla porta e la aprì, esattamente come l’omino al computer, e quando RoBert Red lo chiamò, si fermò, rispondendo alle domande e tornò indietro a dare ulteriori spiegazioni.
Insomma, GeoRge dimostrava di non stare mimando un video pre-registrato.
GeoRge ed il computer erano la stessa persona.

mercoledì 11 aprile 2018

GEarthView plugin per QGIS 3

E' iniziato il porting di GEarthView plugin per QGIS 3.

 Il mondo attende questo evento con ansia  :)    Chi vuole contribuire allo sviluppo può farlo anche non solo moralmente, seguendo il seguente link:




Grandioso !   Grazie.

A presto

GeoDrinX

giovedì 30 luglio 2015

"Le Luci Accese"

Roberto Angeletti

"Le Luci Accese"

14 agosto 2003 - Gaeta


Una luna rossa rischiarava il tavolo bianco che Giorgio aveva portato dal mercato sulla sua bicicletta.
L'uomo stava ripensando a quella lunga fila di auto che aveva incontrato quel giorno lungo la strada di ritorno verso casa. Una lunga fila di fari accesi,
Strano, aveva pensato.  Per quale motivo, con i black out continui che c'erano, si sprecava energia di giorno, quella poca che rimaneva, accendendo le luci delle auto. Ferme in fila, poi.  Per illuminare che cosa, in pieno solleone d'agosto ?
Quello che Giorgio non sapeva, dato che non leggeva giornali, i pochi che erano rimasti, e non ascoltava le radio, governative e di parte, era che era diventato obbligatorio accendere i fari di giorno.  Anche con la macchina ferma.
Perché mai era divenuta necessaria una tale assurdità?  Forse, dovendo portare tutti gli occhiali scuri per il sole accecante, la visibilità delle altre auto poteva risultare più problematica, specie di quelle color asfalto, divenuto peraltro di moda? Macchè: il fronte di luci tendeva a bruciare la retina e a creare maggiore cecità momentanea e a peggiorare dunque la visibilità soggettiva.
Forse, bisognava consumare le scorte di lampadine.  Dato che l'energia si stava esaurendo, bisognava far consumare le rimanenze di lampadine prima che divenissero inutili fondi di magazzino.
Un po' come mangiare caviale alla frontiera non potendone portare più di una certa quantità.  Lo spreco per non mandare sprecato.
E il solito furbo affarista riusciva ad approfittare delle situazioni negative e a creare profitto personale a scapito della collettività.
D'altro canto il mondo andava così.  Ma il motivo non era questo.  Il motivo delle luci accese di girono travalicava qualunque immaginazione.
Si trattava di un motivo fiscale.  Dettato dalla finanza creativa applicata alla necessità di cercare fondi per affari internazionali.
Dato che imporre una nuova tassa sarebbe stato impopolare, si era trovato un sistema per far consumare a tutti più energia.  Il risultato era esattamente come aver aumentato il prezzo della benzina, che avrebbe però provocato scontento e diminuzione dei consensi.
Invece, obbligando a consumare più benzina, anche poca, ma tutti e sempre, con la scusa di volere aumentare la sicurezza sulle strade, si coinvolgeva lo spirito di responsabilità dei cittadini, che si sentivano così partecipi, contenti e ben gabbati.
Il fatto era che l'idea per una tale iniziativa non era stato frutto di intelligenze locali.  E i proventi derivanti da questa iniziativa non rimanevano all'interno della nazione.
Il ricavato del consumo della benzina avrebbe sì rimpinguato il sempre vorace bisogno delle casse dello Stato, ma anche quello di chi la benzina produceva, trasportava e trasformava.
"Una guerra vale bene un cent !"  aveva detto qualcuno.
E far sì che uno Stato pacifico, o per lo meno così auto dichiarante, si auto tassasse per finanziare una guerra, non era facile, né tantomeno possibile; se non cambiando la Costituzione dello Stato.
E così si erano accese le lampadine di giorno.
Un gesto così lontano dallo sparare a qualcuno che sarebbe stato in grado di farlo anche un pacifista ecologo come Giorgio.
Che si sarebbe solo chiesto come mai una fila di auto ferme avevano le luci accese in pieno giorno, sotto il solleone di ferragosto.

14 agosto 2003 - Gaeta

roberto.angeletti



domenica 13 aprile 2014

Let's Start ! - Iniziamo !



"The Bug Wave" ,   l'onda errata, difettosa, quella della passione era arrivata a sciogliersi contro la scogliera.   

GeoRge aveva infine scaricato in mare tutto il liquido fluorescente che aveva immagazzinato in anni di studio nei serbatoi della sua barca.  Il fatto incontrovertibile che quel liquido assumeva un colore diverso in punti diversi del mondo, modificando il suo aspetto iridescente in continuazione, muovendo anche di pochi centimetri le bottiglie che lo contenevano, tutto il mistero contenuto nella sua composizione si stava disperdendo per sempre in mare.  Nessuno avrebbe potuto più analizzare il contenuto chimico di quella invenzione strepitosa, e nessuno avrebbe potuto utilizzarla per scopi inquietanti, per motivi che esulavano dalle intenzioni di GeoRge.

L'onda si muoveva cambiando colore, come un arcobaleno che si rifletteva in mare e veniva poi diradandosi come mosso dal vento della marea.  Gli spruzzi di vapore che uscivano dalla cresta dell'onda formavano uno scintillio istantaneo, quasi a dimostrare che oltre lo spazio, GeoRge avrebbe potuto cristallizzare anche il tempo, in quel liquido.

Mentre Barth osservava l'onda, dall'alto della scogliera, cominciò a pensare alle possibili applicazioni, perdute per sempre, di quella "cosa" liquida.

"Cosa" sarebbe avvenuto, congelando quel liquido e spostando il ghiaccio ottenuto in un altro luogo ?   Il colore sarebbe rimasto identico, oppure sarebbe cambiato ?   Si trattava di una tensione molecolare, oppure di un fenomeno di riflessione ?

L'ultima grotta della scogliera inghiottì l'ultimo spruzzo dell'onda, che esplose con un rombo sordo.

Poi, più nulla rimase visibile, se non un vago chiarore nel mare.



Roberto (BobMaX) Angeletti

lunedì 6 gennaio 2014



The book is (really) on the table.

But also the pen is on the book, and the pencil is on it, into the metal spring.
The pen seems to fly around the Earth, that covers the book.

And the arm lamp seems to look at the book, like in a Pixar short film,
and wants to crush the chime is sounding close to the book.

What time is it ?  Sure, the six o'clock.  But A.M. or P.M. ?  This is the question.

I am sure, P.M. :  the light from the window, there are no.
So, is at six, evening.

Just in time to eat a candy, taken from the machine
and to discover that despite appearances we are in Paris

although much love Coke, the cows and memory cards.
Who know why ?


See you soon.

BobMaX